Nuovi totalitarismi

Uomini e donne, bianchi e neri, umani e animali. Siamo tutti uguali, o no? Il paradosso del pensiero di certa sinistra contemporanea è quello di essere passati dalla lotta per la parità, a quella per l’uguaglianza. Non è una sfumatura di poco conto: dire, come nella costituzione, che tutti hanno gli stessi diritti senza distinzione di sesso razza ecc. non equivale semplicemente a dire che tutti siamo uguali. Pretendere, anzi, un’assoluta omogeneità tra gli individui di una comunità è di fatto la definizione dell’utopia razzista. Ma, in questo caso, un razzismo (o sessismo ecc.) represso, forse ancora più violento: talmente si è incapaci di accettare la differenza che si pretende che si sia tutti uguali.

L’idea di base, in linea generale, sembra far confusione tra natura e cultura. Dal femminismo, per esempio, si è passati alla gender theory, secondo la quale qualsiasi differenza di comportamento e di gusti tra uomini e donne è data esclusivamente da imposizioni della società, e che la biologia non c’entra niente. Il discorso è complesso e interessante, perché in effetti è difficile se non impossibile stabilire con esattezza dove finisce la natura e dove comincia la cultura. Sarebbe quindi possibile – ed è stato tentato – di cambiare l’identità sessuale di bambini maschi semplicemente educandoli come delle femminucce. Risultato? Suicidio appena raggiunta la pubertà (si veda la storia di Bruce Reimer). In fondo, l’errore è lo stesso di chi crede che, per esempio, un nero nato in Italia e che conosce solo la cultura italiana, non sia italiano. Se è diverso biologicamente (differenza inesistente secondo la genetica), deve essere, per forza, diverso anche culturalmente. È lo stesso errore: si confondono cultura e natura, a partire da ignoranza o rifiuto della scienza

Il caso più estremo, probabilmente, è quello degli antispecisti, cioè i vegani. La parola si costruisce sul modello di “antirazzismo” e indica pressappoco la stessa cosa, ma con le specie invece che con le razze. L’antispecismo non riconosce alcuna differenza tra specie animali, alla faccia della zoologia. Per cui, una vongola e un essere umano sono da considerarsi esattamente identici, con gli stessi diritti; e chi non è d’accordo verrà “insultato” come specista, cioè razzista nei confronti degli animali. La cosa può far sorridere di primo acchito, ma è presa dannatamente sul serio da molte persone. Tanto da paragonare apertamente e con convinzione gli allevamenti intensivi ai campi di concentramento; tanto da parlare di olocausto degli animali che si protrae da secoli se non da millenni. A parte l’incredibile offesa ai milioni di vittime della Shoa, questa idea risulta particolarmente ignorante: cioè ignora la fortissima interdipendenza che, sin dall’invenzione dell’allevamento, si è creata tra uomini e animali domestici che ormai non potrebbero vivere nella natura selvaggia. Liberare mucche e galline, come fanno certi militanti animalisti, significa condannarli a morte. Chi ama gli animali, cioè li conosce, non potrebbe farlo. D’altronde, l’allevamento di altre specie per trarne vantaggio non è una prerogativa degli uomini, ma è utilizzato da quasi tutti gli animali sociali, fino alle formiche che accolgono e nutrono altri insetti.

Di fatto, l’antispecismo è immaginabile soltanto in un contesto di totale mancanza di contatto con la natura, da un lato, e con la scienza dall’altro. Ne è la dimostrazione l’odio che talvolta i vegani esprimono nei confronti della razza umana, unica colpevole di portare morte e sofferenza tra gli animali. Tanto sono fuori dalla natura che dimenticano la violenza degli animali carnivori, o addirittura ritengono che sia possibile e doveroso costringerli a essere erbivori. Insomma, siamo di fronte a un’ignoranza da social network paragonabile e quella delle “mamme pancine”. Anche queste ultime, in effetti, per ignoranza, rinnegano la scienza (cultura) e immaginano di tornare alla natura conservando cordoni ombelicali e facendo riti ancestrali contro il morbillo, invece dei vaccini. Non si vede perché, d’altronde, un pediatra dovrebbe sapere cosa è giusto fare meglio di una mamma che ama la sua prole… uno vale uno, diceva quello.

Si tratta di una tendenza che appare come nuova, tipica del mondo post-internet, e che investe ogni campo del dibattito sociale. Si punta a eliminare qualsiasi tipo di differenza, tra uomini e animali, ma anche tra medici e pazienti, tra esperti e ignoranti. Insomma, di fatto, ci sono in queste idee tutte le radici di un totalitarismo, anche se, ancora, si tratta di gruppetti che presi uno alla volta sono abbastanza trascurabili. La cosa è preoccupante solo se si riesce ad avere uno sguardo di insieme, riconoscendo una struttura di pensiero identica in ognuno di questi nuovi movimenti ideologici.

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