Pro e contro il veganesimo

Un vegano si distingue da un semplice vegetariano perché oltre a rinunciare a carne e pesce, rinuncia letteralmente a tutto ciò che è di provenienza animale. Tutto: non solo formaggi, uova, miele, ma anche seta, cuoio, alcuni tipi di coloranti, di saponi, tutto. Appare già evidente come seguire questo regime in maniera ferrea è un’impresa che richiede attenzione costante e intransigente. Ma appare anche che un vegano è, di fatto, un estremista. Esistono diversi motivi che spingono le persone a fare una scelta tanto radicale, alcuni dei quali validi, seppure incompleti.

Innanzi tutto, il discorso economico, che appare tra i più convincenti. È molto semplice: per produrre un chilo di carne, è dimostrato chiaramente, serve molto più spazio e molta più acqua di quanto non ne servirebbero per produrre, per esempio, un chilo di fagioli. Senza contare che si inquinerebbe molto di meno. In altri termini: potremmo utilizzare meglio le risorse e al tempo stesso avere molto più cibo. Ne deriva il discorso di giustizia sociale: se la produzione mondiale di carne fosse sostituita completamente dalla produzione di cereali e legumi, la fame nel mondo ne subirebbe un duro colpo. Questo è un dato di fatto, probabilmente vero e da considerare seriamente, specie considerato che le risorse del pianeta stanno finendo e che la popolazione mondiale cresce inarrestabile, tanto che è ormai dato per certo che si dovrà presto passare a nutrirsi di insetti, che costano poco e non mancano. Ma bisogna comunque tenere conto delle leggi del mercato: in verità, anche avendo più cibo per tutti, la disuguaglianza tra paesi ricchi e poveri rimarrebbe in vigore. O addirittura peggiorerebbe: sono i paesi poveri ad avere un’abbondanza di terreni coltivabili, e tutto lascia pensare che questi terreni sarebbero occupati dai paesi ricchi. Di fatto, è quello che già sta succedendo. La Cina, per esempio, sta comprando interi ettari di spazio nel continente Africano, in previsione dela prossima penuria di cibo, in modo da sostentare la propria popolazione. La stuazione è quindi più complessa di quanto non lasci intendere l’ideologia vegana. Tuttavia resta convincente l’idea, meno estremista, di spingere per una riduzione della produzione di carne, che tornerebbe un prodotto di lusso.

C’è poi il discorso etico, che si ricollega appunto all’eccessiva produzione di carne da almeno due punti di vista: la crudeltà degli allevamenti intensivi, e gli ormoni, antibiotici che finiscono nel corpo dei consumatori. Entrambi gli argomenti sono reali e toccanti. Non occorre essere animalisti per rimanere esterrefatti dalla mancanza assoluta di rispetto per la vita che si mette in scena ogni giorno in allevamenti perfettamente legali. Basterà andare su youtube per scoprire tutta la violenza di questo modello e misurare tutta la distanza col vecchio allevatore che dava un nome alle sue bestie. Insomma, il problema del maltrattamento è reale, e il fatto che sia legale non toglie che sia maltrattamento. Ma tant’è: l’allevamento intensivo è di fatto un modo per produrre di più; che però non significa meglio. La quantità di ormoni, antibiotici e conservanti nei prodotti industriali è tale che si è notato, negli ultimi decenni, un netto rallentamento nei tempi di decomposizione dei cadaveri umani. Siamo ormai a lunga conservazione, come quel che mangiamo! Dunque ridurre (o eliminare) la produzione renderebbe la carne più costosa, ma anche molto più buona (di gusto, oltre che di nutrimenti), e ci guadagnerebbero tutti in benessere, uomini e animali. Entrambi questi aspetti, come si vede, si ricollegano a un discorso ecologista: rispetto per l’ambiente e per gli animali. Ma non è detto che questa sia la soluzione: infatti, benché un piatto di pasta al pomodoro sia di fatto un piatto vegano, questi tendono a scegliere prodotti esotici, kamut, soia, seitan che, prodotti lontano, vengono trasportati ovunque, inquinando mezzo mondo. Inoltre, l’incremento di queste coltivazioni sta provocando deforestazioni e distruggendo le colture locali: i contadini del terzo mondo preferiscono coltivare quel che gli occidentali comprano.

Al problema etico, poi, si sovrappone l’idea dell’antispecismo, cioè il rifiuto di riconoscere qualsiasi tipo di differenza tra uomini e animali, ma il discorso andrebbe per le lunghe. Il punto che qui ci interessa è solo di indicare come, di fatto, il veganesimo estremista sia di fatto una ideologia. Cioè, come tutte le ideologie, pur partendo da dati e osservazioni esatte, finisce per interpretarle in maniera parziale e finisce quindi nell’estremismo. A questo, risponde un estremismo speculare che disconosce il toto le idee del veganesimo. Come sempre, la ragione sta nel mezzo: l’estremismo dei vegani non toglie che esiste un problema reale che tocca la sopravvivenza stessa dell’umanità.

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