Gli anglicismi italiani contro tutti

Che la mole di parole inglesi non adattate in italiano inizi a diventare preoccupante è qualcosa di riconosciuto da quasi tutti i linguisti. La cosa, sia chiaro, non è preoccupante per motivi di purezza della lingua, dato che una lingua pura semplicemente non esiste, ma perché si creano da un lato problemi di accesso a un’informazione comprensibile, e dall’altro si va verso una normalizzazione del pensiero. Omologazione ai modi di dire e di rappresentare la realtà che vengono dalla cultura dominante in questo periodo storico: quella angloamericana. Si pensi per esempio al concetto di cloud, che nasce dalla metafora con le “nuvole”. Sembra intraducibile, probabilmente, perché in italiano non si userebbe quel tipo di metafora, e restiamo quindi incagliati in quel modo di pensare. Altro caso: “mouse”. Tradurlo in italiano come topo sembra non funzionare proprio. Ma se riuscissimo a guardare la cosa da un altro punto di vista, magari pensando alla “freccetta” sullo schermo invece che all’oggetto reale, potremmo forse tradurla in maniera più coerente. Per questo alcune parole appaiono intraducibili: perché sono pensate in un’altra lingua.

L’italiano è sempre stata una lingua particolarmente permeabile ai forestierismi, e se dovessimo rintracciare tutti gli strati della lingua vi troveremmo una buona quantità di parole arabe, germaniche, dialettali, croate, persino qualcuna russa. Le più recenti sono in francese, lingua dominante fino agli inizi del ventesimo secolo, e poi l’inglese, dagli anni 50 circa fino ad oggi. Il problema dell’inglese, però, è che ha un supporto informatico e “social” che gli dà una potenza mai vista prima. Questa potenza dell’inglese si vede particolarmente bene con quel che succede da qualche decennio: tende ad assorbire tutto il resto, e molte parole straniere sono oggi riadattate come se fossero inglesi. È un fenomeno particolarmente interessante di omologazione: la lingua inglese non solo si impone nel parlato italiano in maniera tanto preponderante da intaccare, in alcuni casi precisi, la forza grammaticale della nostra lingua; ma addirittura riassorbe le altre parole straniere, impoverendo la lingua perfino nei prestiti.

Un caso esemplare è la parola shock, che ormai ha del tutto sostituito lo choc scritto, almeno fino agli anni 60, alla francese. Caso esemplare ma, di per sé, non erroneo: al massimo dimostra che il francese ha perso la sua forza, sostituito dall’inglese. Ma si trovano sempre più spesso dei veri e propri strafalcioni, come “defeience” invece di défaillance. A partire dalla pronuncia orale, si scrive la parola seguendo le regole di grafia dell’inglese. Non si ha coscienza, cioè, che quella parola non è inglese. O ancora: suspence pronunciato con l’accento british, che ha completamente soppiantato suspance, francese.

Ovviamente il francese non è l’unica lingua straniera che sta subendo questa sorte in italiano. Interessantissimo il caso dei latinismi: “mìdia”, invece di media. Sono molto pochi quelli che hanno coscienza del fatto che la parola sponsor è presa di peso dal latino. In verità, a voler essere precisi, queste parole vengono comunque dall’inglese: cioè è l’inglese che le ha prese dal latino, utilizzate per i nuovi oggetti/concetti, e restituiti al mondo. Sono quindi in un certo senso quello che i linguisti chiamano “cavalli di ritorno”: parole italiane che vengono adottate dell’inglese e che poi tornano da noi col nuovo significato. Un caso da manuale è mascara, che viene dall’italiano maschera, viene riutilizzato e pronunciato alla inglese, e poi ritorna da noi col nuovo significato.

Nel 2013, l’allora premier Letta disse: “è finito il tempo degli aut-aut”. Ma lo disse a voce. Quando i poveri giornalisti del tg3 dovettero scrivere il titolo della notizia scrissero – il video è ancora disponibile sul sito della Rai – “Letta: è finito il tempo degli out out”. Si è reinterpretata come inglese una parola straniera (latina). Il caso è interessante al di là della comicità dell’aneddoto: dimostra come non si sia neanche in grado di immaginare che esistano altre lingue per darci parole nuove – o, nel caso del latino, vecchie. Infatti, l’autore di questo strafalcione non si è fermato neanche un istante a chiedersi che cosa potesse significare in inglese questa affermazione, tanto dava per scontato che la parola straniera avesse una sola possibile fonte. Ma dire “è finito il tempo dei “fuori-fuori”, come si traduce la frase inglese, semplicemente non ha senso.

Questo dimostra anche un’altra cosa: che nonostante quanto si sente dire spesso, e cioè che una certa parola è intraducibile, o che non significherebbe esattamente la stessa cosa del suo corrispondente italiano, in verità, per noi che non siamo madrelingua inglesi, queste parole sono semplicemente delle etichette vuote, a cui attaccare qualsiasi significato superficiale si voglia. L’impoverimento della comunicazione è evidente: ogni singola parola, anche la più insignificante, ha una stratificazione storica nei suoi significati e nei suoi usi che solo i madrelingua possono percepire, pur non rendendosene conto, pur non essendo dei linguisti laureati. Invece, quando sentiamo un manager parlare in quella sorta di nuovo gergo detto itanglese, possiamo percepire una sola cosa: un discorso incredibilmente superficiale, e anzi, in alcuni casi letteralmente vuoto, riempito di parole che non hanno un significato preciso nemmeno per chi le utilizza con fare da esperto.

Insomma, l’inglese pare dominare nelle nostre teste al di là dello stesso significato delle parole che importiamo o che, addirittura, inventiamo. Una forza che non si era mai vista, o una povertà da parte nostra che non ha precedenti. Infatti, se le cose stanno così, non basterebbe in Italia, nemmeno l’azione da controllore di una qualche istituzione scientifica, come avviene in altri paesi.

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