Per una mitologia dell’Europa

Mecenate, in pieno accordo con l’Imperatore Augusto, finanziava artisti promettenti perché cantassero la gloria del popolo romano. Tra questi, Virgilio scrisse l’Eneide e diede a Roma un mito fondativo. Per i Greci erano i poemi Omerici, per l’Italia Dante e così via. Si tratta di mitologie, di interpretazioni: ogni regime politico reinterpreta la storia per giustificare il proprio potere. Le nazioni democratiche come le dittature comuniste. È una necessità dei gruppi umani. Così Carlo Magno è un Re francese nell’immaginario francese, un conquistatore germanico nell’immaginario tedesco, colui che rifonda lo splendore dell’Impero Romano (Sacro, stavolta) nell’immaginario italiano. Nessuno ha del tutto torto. E l’Europa? Dal mito di Europa rapita dal toro fino al cristianesimo, dall’Impero romano a quello di Napoleone, passando per Carlo Magno e il pensiero aristotelico, esiste tutta una mitologia intrecciata a una storia reale dell’Europa, altrettanto ricca sul piano politico militare che filosofico letterario e religioso. Spesso, anzi, le due cose coincidono. Esiste, la mitologia d’Europa, nel senso che non è semplicemente composta della giustapposizione delle storie dei singoli stati: è una storia diversa, parallela, ma che comprende le storie dei popoli europei. Così, per esempio, la storia d’Italia pretende, per tutta una serie di interpretazioni a posteriori, di cominciare da Dante, e non è, sic et simpliciter, l’insieme delle storie delle regioni. Lo stesso vale per la cultura europea. Dante insomma fa parte della storia di Firenze, d’Italia, d’Europa e del mondo; non necessariamente si tratta però ogni volta esattamente dello stesso Dante.

In epoca contemporanea, è dopo la prima guerra mondiale che gli intellettuali di tutto il continente cominciano a interrogarsi sulla questione europea, sul rapporto tra la propria nazione e l’Europa, sia sul piano politico che quello culturale. Mentre gli scrittori più validi si impegnano per creare un romanzo “europeo”, sul piano politico nasce la società delle nazioni. Persino il fascismo autocratico nei primi anni fu preso dal dibattito tra strapaese e stracittà. Poi c’è la seconda guerra mondiale, Auschwitz, il muro di Berlino e infine negli anni 50 il sogno prende per la prima volta una forma pratica e pacifica in un patto economico attuato per creare un mercato unico dell’acciaio e del carbone. Il resto è storia recentissima: crollo del muro, dell’URSS e dall’unione monetaria si è passati all’unione politica, con presidente, parlamento e consiglio sovranazionali e tutta la baracca burocratica. Manca l’unione militare, però si comincia sempre più spesso a parlarne come di un’esigenza imminente, visti gli sviluppi del clima geopolitico internazionale. Si è lasciata perdere l’idea di una unione culturale, di creare una storia comune, passata e quindi futura. O meglio, essendo quest’ultimo aspetto controllabile solo in parte dalle istituzioni, che hanno inventato l’Erasmus per esempio, sarà il caso di dire che coloro che un tempo sarebbero stati definiti “intellettuali” hanno abbandonato l’impresa lanciata dai loro avi e che ha rappresentato, in un certo modo, l’epoca “classica” della modernità europea, dai capolavori di Joyce alle geniali messe in scena di Pirandello.

Oppure, ma è lo stesso, gli intellettuali “europei” si sono rinchiusi dietro le mura dell’università e non hanno rapporti con i “popoli”. Sebbene la storia d’Europa esista, infatti, e abbia basi filosofiche solide, essa rimane all’interno di austere aule e biblioteche, non arriva a farsi “pop”. Perché è una storia difficile, perché incontra la resistenza delle mitologie nazionali, perché si tratta di una massa enorme di scritti sparsa tra diversi autori e diverse lingue. Ecco allora il secondo limite importante: manca una lingua condivisa, tanto che la frase di Umberto Eco, “la lingua d’Europa è la traduzione” è ormai diventata un luogo comune. Non solo la lingua è il collante più potente e sicuro per ogni comunità umana, ma oltretutto la traduzione è qualcosa per sua natura di secondo livello, non immediato, affatto “pop”.

Fatto sta che se l’unione, a parte gli evidenti difetti politici ed economici, sta perdendo sempre di più l’approvazione dei cittadini, è perché non si è riusciti a creare un sentimento, una mitologia fondativa e di massa. Per così dire internazional-popolare, che scenda dal piedistallo e sia patrimonio di tutti. È una constatazione che non può che sembrare astratta, eppure si tratta a tutti gli effetti di una necessità politica reale che esiste per ogni nazione o gruppo politico, in ogni luogo e tempo. All’Europa manca un Virgilio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.