Memoria e colpa della Shoa

La psicologia comportamentale si basa sulla constatazione che i comportamenti sono risposte a determinati stimoli dell’ambiente, e che quindi sia possibile modificare i comportamenti negativi tramite un sistema di punizioni e ricompense (stimoli positivi e negativi). Il tutto nasce con gli esperimenti di Pavlov, che suonava un campanellino ogni volta che dava da mangiare ai suoi cani. Dopo qualche tempo, i cani associavano al campanellino il cibo, e solo sentendone il suono cominciavano ad avere l’acquolina in bocca.

Un’idea simile sta alla base del dibattito sulla memoria della Shoa, per la quale si è istituita una giornata internazionale, ogni 27 gennaio. Accettando che la memoria individuale e quella collettiva funzionino in maniera simile, possiamo ammettere che se i popoli europei avranno per sempre vivo il ricordo dell’orrore di cui è stato capace durante la seconda guerra mondiale, saranno capaci di non ripetere gli stessi crimini atroci. Mettendo le cose in questo modo, si può forse intravedere un problema nella propaganda istituzionale: il fatto che se il behaviourismo si basa su un dispositivo di stimoli positivi e negativi, la memoria della Shoa, così come è coltivata dalle istituzioni nazionali e sovranazionali, è ancorata a un sistema che evidenzia solo il negativo. Qui sta forse, a livello psicologico, il problema per certi negazionisti, se esiste qualcosa come una psicologia dei popoli. Oltre a negare l’esistenza, o la gravità dell’olocausto, si dichiarano spesso stufi di questa campagna di colpevolizzazione contro la loro nazione. Un tedesco, dicono, avrà pure il diritto di andar fiero della propria nazionalità. La questione della memoria si pone cocente oggi che stiamo assistendo a rigurgiti fascio-nazisti ovunque in Europa.

La memoria non è semplice conoscenza, nozioni: allo stesso modo, la memoria collettiva non è necessariamente qualcosa di conscio. Sarebbe a dire che non è facile liquidare come semplice “ignoranza” le affermazioni razziste e antisemite che si sentono sempre più spesso. Secondo la definizione di memoria collettiva data da Pierre Nora (Mémoire collective), questa fa parte integrante dell’identità di una comunità basata sulla mitizzazione del passato. È quindi ammissibile che in qualche modo l’identità europea vive il senso di colpa del nazismo e del totalitarismo di cui si è macchiato. Questo è, per ovvie ragioni, particolarmente evidente nella società tedesca, sul cui senso di umiliazione riguardo alla storia recente sono stati scritti diversi libri. Ma che questo senso di colpa esiste potrebbe essere provato dal fatto che l’antisemitismo, il razzismo, e molti altri – ismi sono socialmente e moralmente condannati. Anzi, prova ne sia il fatto che questo senso di colpa venga rifiutato con violenza oggi, fino a negarlo con sempre più forza. Ma il negazionismo proprio a questo serve: non tanto a trovare giustificazione per le idee naziste, quanto, al contrario, per dimostrare che quelle idee non sono così cattive nella realtà come ci vogliono far credere. Di fatto, il negazionismo ammette che i campi di sterminio sono un orrore talmente grave che si tenta di allontanarlo da sé.

Allora, proprio a questo serve la memoria: per non allontanare da sé quell’orrore, quel senso di schifo per il puzzo di morte che ancora aleggia su Auschwitz. Perché allontanandolo, rifiutandolo, mitizzandolo addirittura, non si può che essere condannati a ripeterlo. Ogni regime ne ha bisogno: la lotta è quindi sul campo del simbolico. Allora gli Stati di diritto cercano di mitizzare l’orrore – e in fondo anche i numerosi scrittori sopravvissuti come Primo Levi – per restituirlo alla realtà in maniera perenne. A questo punto solo la letteratura infatti può aiutarci a spiegare la cosa. Nel racconto “Una lapide in via Mazzini”, Giorgio Bassani racconta del ritorno di un sopravvissuto a Ferrara. Il poveretto infastidisce con la sua sola presenza l’intera comunità, che non vuole far altro che dimenticare e ricominciare a vivere. Lui, invece, il deportato, sta lì, indossando ancora la sua divisa a strisce, ricordo vivo dell’orrore. Mentre la lapide, in via Mazzini, che commemora i morti ebrei della città, se ne sta lì a ricordare muta e morta qualcosa che appartiene al passato.

Per questo, per esempio, si pensa in Germania di rendere obbligatorio un viaggio ad Auschwitz per tutte le scuole del paese: soprattutto considerato che molti bambini non avranno origine europea, e si identificheranno in una memoria inconscia diversa. Non è dato sapere se questo tipo di iniziative abbiano effetto, e se questo effetto sia benefico o no. Non è dato sapere nemmeno, a dire la verità, se davvero il fatto di conoscere l’orrore su carta possa aiutare a evitare di viverlo sulla pelle. Una sola cosa è sicura: vale la pena provarci: non dimenticare e stroncare sul nascere ogni pensiero di distruzione che risorge sempre più spesso dal discorso politico collettivo.

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