Le ragioni politiche del multilinguismo europeo

Benché il budget per la traduzione di tutti gli atti legislativi in ognuna delle 24 lingue ufficiali dell’UE sia di solo l’1% del bilancio comunitario annuo, è innegabile che gestire in modo efficiente un’istituzione con tante lingue tutte da considerarsi ufficialmente egalitarie, può risultare molto difficile. Di fatto, per ragioni politiche ed economiche oltre che pratiche, la triade inglese-francese-tedesco domina la comunicazione orale e scritta. I due paesi che più si oppongono a questa dominazione sono la Spagna e l’Italia. I motivi per cui, per esempio la Svezia, non protesta mai su questi temi, è molto semplice: lo svedese non è una lingua dalla tradizione culturale particolarmente prestigiosa, e inoltre (o forse proprio per questo) gli svedesi sono oggi praticamente tutti bilingui inglesi.

Spesso si tende a sottovalutare la portata politica della rappresentazione linguistica nel mondo, prendendola per mero provincialismo. Invece la questione è più profonda e complessa. All’indomani della Brexit, per esempio, si parlò molto della prossima cancellazione della lingua inglese come lingua di lavoro ufficiale europea. Malta, l’Irlanda e altri paesi praticamente del tutto anglofoni, infatti, hanno scelto la loro lingua locale come lingua ufficiale, confidando appunto nella presenza del Regno Unito. Le cose invece potrebbero cambiare, il che farebbe molto piacere ai francesi e ai tedeschi, ma anche ai paesi del sud, che sperano di vedere la propria lingua salire sul podio dei potenti. Lo spagnolo, in particolare, avrebbe delle ottime possibilità; meno l’italiano… nessuna il croato. Un segnale politico fortissimo in questo senso è già stato dato quando i rappresentanti di Strasburgo hanno costretto gli inglesi a portare avanti in francese le trattative per la Brexit, mettendoli, di fatto, in una condizione di sottomissione linguistica.

Si tratta di un diritto fondamentale che rientra in pieno nella tradizione della filosofia politica europea: come lo Stato italiano riconosce il diritto alle comunità locali di parlare nella propria lingua, così, a livello continentale, ogni cittadino europeo ha il diritto di comunicare con le istituzioni sovranazionali nella propria lingua madre. Perché nessuno deve essere messo in una condizione di minor comprensione rispetto agli altri. Non si tratta quindi di un compromesso: il multilinguismo è una precisa scelta politica. Che poi il francese e il tedesco (e l’inglese) siano, nei fatti, le lingue più utilizzate, ha a che fare non solo col prestigio linguistico: il tedesco storicamente ne ha poco, per esempio, ma sta rimontando la classifica delle lingue più studiate nel mondo, entrando per la prima volta nella sua storia in competizione con l’italiano, che ne sta perdendo. Il perché è presto detto: Berlino è la capitale economica del continente, come Parigi quella militare (e culturale). Proprio per motivi politici, e non per semplice sciovinismo, le due capitali europee hanno sede in città francofone (Bruxelles e Strasburgo), ma entrambe di frontiera col mondo germanico, e tendenzialmente bilingui, essendo il cuore storico-politico dell’Unione, appunto, franco-tedesco.

Le soluzioni alternative proposte sono molte: il movimento esperantista, per esempio, milita per l’adozione di questa sola lingua artificiale, scollegata da ogni potere economico o culturale; il che appare come un’utopia senza precedenti nella storia dell’umanità. All’estremo opposto, chi spinge per l’adozione di una sola delle lingue storiche più potenti, con ogni probabilità il francese ora che l’inglese pare essere escluso. In mezzo, diverse sfumature, come l’idea dell’intercomprensione, che eliminerebbe la necessità degli interpreti. La questione è particolarmente interessante e profonda proprio perché vi si mescolano, senza una netta divisione tra i due campi, questioni di prestigio culturale e questioni prettamente politiche.

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