La terza ondata del femminismo

Il femminismo è quel movimento politico e culturale che milita per la parità tra i generi. Più esattamente rivendica per le donne quegli stessi diritti sociali che tradizionalmente sono appannaggio dei soli maschi. In particolare indipendenza economica, quindi lavoro, e indipendenza sessuale, quindi libertà di disporre del proprio corpo. Non ci dilungheremo sulle cause storiche che hanno reso possibile non solo il presentarsi, ma anche l’imporsi nella società occidentale di queste idee che comunque oggi praticamente nessuno contesterebbe, se non in malafede. Gli storici sono concordi nell’individuare tre “ondate” del femminismo, che coincidono più o meno con tre generazioni di donne. Ogni ondata si caratterizza per un nocciolo di rivendicazioni precise, adatte al periodo storico. La prima ondata, tra il primo e il secondo dopoguerra, chiedeva sostanzialmente diritti politici: il divorzio, il diritto di voto, il diritto di lavorare tanto quanto un uomo essendo pagate allo stesso modo. Alcune di queste rivendicazioni, oggi, ci sembrano ovvie; altre sono ancora, ma per poco, terreno di battaglie giuste. La seconda ondata si concentrò più sulla libertà sessuale, e quindi non solo aborto, ma anche il rifiuto di etichette degradanti, e soprattutto la rivendicazione, ancora oggi in parte scandalosa, che anche alle donne piace fare sesso, e tanto. Siamo negli anni ’70 della rivoluzione sessuale. Ci stiamo ancora ragionando, ma è un dato di fatto che, se la libertà sessuale degli individui non è totalmente conquistata, il percorso è comunque a un buon punto. La terza ondata è quella che stiamo vivendo oggi, che è sotto gli occhi di tutti a partire almeno dal caso Weinstein e dal conseguente movimento me-too.

Quello che caratterizza questa terza ondata (“third wave feminism”) è un attacco frontale a ogni forma di sopruso da parte degli uomini sulle donne. Si accendono i riflettori sulle violenze domestiche, si inventa il termine femminicidio. Oggi, una donna ricattata in cambio di sesso da un uomo potente, può denunciarne la violenza. È una conquista importante: fino agli anni 60 almeno, la stessa donna – una vittima qualsiasi di Weinstein – avrebbe avuto su di sé il giudizio negativo dell’opinione pubblica. Sarebbe state lei la “puttana”, più che lui il “mostro”. Ma si crea a questo punto un problema tipico di ogni estremismo: si finisce per perdere la capacità di un pensiero razionale nella caccia alle streghe, o meglio, ai porci.

Assistiamo infatti a un curioso miscuglio, in particolare negli Stati Uniti, tra femminismo e puritanesimo, per cui, partendo dal presupposto che gli uomini sono, per definizione, il nemico da abbattere, si arriva al sorprendente slogan “tutto il sesso è stupro” (all sex is rape), che avrebbe come minimo fatto sorridere le femministe storiche sessantottine. Si raccolgono firme per censurare mostre di arte erotica (come la mostra di Balthus al Met nel 2017), ci si scaglia contro film, videogiochi e ogni cosa che veicoli un’immagine della donna non conforme al politicamente corretto. Si moltiplicano denunce per molestia a uomini colpevoli solo di aver fatto delle avance (il caso Aziz Ansari è il più recente). La questione non è solo che sembra essersi spezzato il filo che univa le altre due ondate, ma che non si capisce più che cosa sia una violenza sessuale: a danno non solo di maschi innocenti, ma anche delle vittime di veri stupri. Peggio: si sta creando un cortocircuito tra opinione pubblica e funzionamento democratico della giustizia. Molti processi per stupro infatti, vanno avanti senza altra prova che la denuncia. La battaglia è dichiarata esplicitamente dal grido “Kill all men”, che incita addirittura allo sterminio di massa. Così, un movimento sociale innegabilmente importante si è trasformato in un estremismo senza precedenti nella storia (il 50% della popolazione mondiale è “nemica”). Si moltiplicano allora gli articoli, i saggi e le lettere aperte di donne che si scagliano contro questo tipo di femminismo, la più recente in Francia, firmata da Catherine Deneuve. Si sta insomma creando un clima avvelenato, dentro e fuori il movimento femminista, che darà molto da discutere e da scrivere nei prossimi anni.

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