L’itanglese è un problema democratico

Italo Calvino scrisse un divertente manifesto contro gli eccessi e gli orrori del burocratese, parodiando un verbale di polizia, ma ovviamente il suo appello a una lingua più diretta e ripulita da inutili forzature (come “effettuare” al posto di usare) non ha avuto effetto, come dimostra ancora oggi qualsiasi documento burocratico che ci capiti per le mani. Oggi, col dominio della lingua e della cultura anglo-americana, si è creata una nuova forma di gergo falsamente tecnico che è definito, in ambito quotidiano “itanglese”, e in ambito specialistico “aziendalese”.

Ci sono infiniti esempi, dal lessico informatico fino al lessico economico-manageriale. L’italiano è l’unica lingua romanza, e tra le pochissime lingue di cultura, a non aver tradotto computer, mouse, file ecc. Solo in italiano è possibile oggi sentire frasi che di fatto non significano nulla, come “una bella location per un meeting di marketing con fingerfood…”. In alcuni casi, per niente rari, usiamo parole inglesi con significati che gli anglofoni non conoscono: fare jogging, indossare lo smoking

Le ragioni per cui l’italiano ha un atteggiamento così diverso rispetto al francese e lo spagnolo verso gli anglismi sono numerose e complesse. Intanto: gli altri paesi hanno delle istituzioni che propongono (non impongono) una traduzione per ogni nuova parola venuta dall’estero. Alcune attecchiscono, altre no, persino in Francia, che per noi è il paese protezionista per definizione; mentre in verità la Spagna è molto più rigida su queste cose; adattando perfino whisky in “güisqui”. In Italia invece, dopo la durissima e insensata politica di protezionismo linguistico fascista, nessuno ha mai avuto il coraggio di proporre un qualche controllo anche blando dei forestierismi. Solo negli ultimi anni l’Accademia della Crusca, nella persona del suo ex-direttore Claudio Marazzini, si è espressa timidamente, e forse troppo tardi, sul problema. Per cui, il fenomeno è presente in tutte le altre lingue, ma rimane abbastanza controllato; mentre da noi sfugge a qualsiasi logica o ragione pratica. Vi sono infatti ragioni pratiche e di semplice buonsenso che spingono ad accettare parole straniere non adattate.

La questione, ovviamente, non è di purismo linguistico, malattia da cui una cultura ricca come l’Italia delle regioni è abbastanza immune; ma della possibilità di comunicazione chiara tra cittadini e istituzioni. Si creano dei veri grattacapi: da un lato, non si capisce per quale motivo un italiano debba capire cosa significa “Jobs Act” (che tra l’altro non è affatto chiaro neanche per chi parla inglese: in America si sarebbe chiamato Job Bill). Dall’altro si creano dei dibattiti del tutto inutili che una espressione comprensibile a tutti forse avrebbe evitato. All’epoca della stepchild adoption, si fece un gran parlare in tutti i “talk-show” della fecondazione assistita, della maternità surrogata e altri temi bioetici non da poco. Peccato però che la “adozione del figliastro” parlava di tutt’altro: la possibilità, per un elemento di una coppia, di adottare i figli eventuali che l’altro aveva avuto da relazioni precedenti. Vi rientrano le coppie omosessuali, ma anche i vedovi, le ragazze madri e una miriade di altri casi. Si vede come “la famiglia naturale” abbia ben poco a che fare con la questione; mentre c’entra molto il diritto del minore. Siamo stati per quasi un anno a parlare di cose che non avevano alcuna relazione col tema proposto. Se l’informazione corretta è alla base della democrazia, il problema è evidente.

Un’altra questione molto fastidiosa è l’inglese imperante nei nostri ospedali, e qui si potrebbero fare infiniti esempi: ma basti pensare che il pronto intervento ictus diventa “emergency stroke”. Immaginiamo un anziano signore dell’entroterra calabrese che abbia bisogno di cure immediate: riuscirà a capire che deve rivolgersi all’emergency stroke? Si possono immaginare situazioni assai spiacevoli. Nelle facoltà scientifiche, poi, si fanno corsi direttamente in inglese tenute da professori italiani per studenti italiani: il peggiore provincialismo, quello che si traveste da cosmopolitismo. Galileo, che ha avuto il merito non solo di essere un grande scienziato, ma anche un fine scrittore, diede alla lingua italiana un registro scientifico, tra i primi in Europa. Ci sarà un legame tra l’innovazione scientifica e la capacità di esprimere la propria ricerca con parole che ci appartengono? Avrebbe potuto, Galileo, inventare la parola “cannocchiale”, in una lingua che non fosse la sua?

Appunto a proposito dei neologismi troviamo la radice del problema: secondo alcune stime la lingua inglese, tra USA, India, Australia ecc. produce ben 8 parole nuove al giorno. Le lingue romanze, frenate da una tradizione letteraria troppo forte, semplicemente non stanno al passo. Si apre quindi una riflessione possibile, e sviluppata da esimi linguisti e filosofi, sulla dominazione culturale nel nostro tempo, che è anglofona. E allora, proprio citando un inglese passato alla storia per la sua intelligenza politica concludiamo, invitando alla riflessione sull’abuso di forestierismi inutili che facciamo in Italia: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente”. Winston Churchill, Harvard University, 6 settembre 1943.

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