LAME, l’ultimo romanzo di Gabriele Pedullà

Una coppia senza figli, sulla soglia degli –anta, scopre una comunità di pattinatori che ogni domenica, al Pincio, si riunisce per danzare sulle note dei successi degli anni 80. Si unisce al gruppo, partecipa al rito di Nostra Signora della rotella, assapora di nuovo una giovinezza forse resa appena più dolce dal ricordo eppure già lontana come se non fosse stata vissuta dagli stessi Ruggiero e Olimpia di cui si legge. Ma raccontare la trama dell’ultimo romanzo di Pedullà pubblicato da Einaudi non gli rende giustizia. Eppure, la storia raccontata è bella, coinvolgente. Non si tratta di uno di quei libri intellettualistici che non raccontano bensì analizzano. Eppure l’analisi, l’introspezione c’è, ed è persino un elemento centrale, come dimostrano gli intermezzi tra un capitolo e l’altro.

Se non fosse per il numero di copie vendute, si potrebbe adattare all’ultimo romanzo di Gabriele Pedullà la categoria di “best-seller di qualità” che alcuni critici inventarono per Il nome della rosa di Eco. I due libri sono diversissimi, ma i requisiti ci sono tutti. Dicesi best-seller di qualità un romanzo che è apprezzato da un numero elevatissimo di lettori – abbracciando quindi tutti gli strati della società – pur restando un prodotto culturalmente e letterariamente complesso e di alta qualità, cioè tendenzialmente elitario. Se il romanzo di Pedullà non è apprezzato (comprato) dalla massa dei lettori italiani, risulta comunque “apprezzabile”: presenta cioè tutte le potenzialità di un successo editoriale, pur non essendo un thriller carico di suspense.

Innanzi tutto è un libro agile, breve, costruito in dodici capitoli di poche pagine, intermezzati da brevissimi dialoghi (massimo di una pagina) che si possono interpretare coerentemente come monologhi tra il protagonista, Ruggiero, e il fantasma dei suoi quarant’anni. Insomma, non è uno di quei libri che spaventano solo a guardarli, fisicamente pesanti, strabordanti di pagine e parole.

E la prima impressione data dall’oggetto è poi confermata dall’agilità della lingua. Pedullà, professore associato di letteratura, studioso ormai noto tra gli italianisti del mondo intero, con un curriculum accademico di tutto rispetto, non scade mai nello snobismo di una iper-letterarietà o di una lingua complicata. Mai lo cogliamo in colpa di letteratura: è uno scrittore troppo abile per farsi beccare con le mani in pasta. Le frasi brevi, essenziali, vanno dritte al punto. A rendere la prosa così agile è l’inserimento di una vera e propria novità (in)formale che l’autore non usa mai a sproposito e sempre in modo efficacissimo: l’iterazione tra parentesi. Una trovata stilistica apprezzabilissima, che permette alla lingua di fare giravolte – proprio come i pattinatori. Però, non c’è mai virtuosismo fine a se stesso. Anzi, la maniera con cui Pedullà spezza alcune frasi, le riprende e le ricostruisce con un uso sapiente e calcolato della punteggiatura contribuisce a rendere lo scritto ancora più scorrevole. Mai, nemmeno una volta, il lettore sente di dover tornare indietro a rileggere qualche dettaglio per seguire la storia. Se torna indietro, è solo per rivivere l’effetto che lo scrittore ha saputo giostrare come un giocoliere esperto, o, appunto, un pattinatore. La trama scorre rapida e leggera, eppure i riferimenti letterari, musicali, artistici (da Gershwin alla statua di Goethe, Calvino e molto Ariosto) costellano la scrittura in modo del tutto naturale senza contraddire mai la cultura media dei due protagonisti.

Il libro ammicca continuamente al lettore attento, che abbia gli strumenti per cogliere le allusioni a partire dai due protagonisti, Ruggiero e Olimpia. L’onomastica ariostesca è probabilmente una delle spie più evidenti dei diversi piani narrativi e livelli di lettura che si intrecciano nella sapiente scrittura di Pedullà, al tempo stesso quotidiana e universale, letteraria e senza pretese. Eccezionale una pagina dedicata al lucidalabbra delle compagne di scuola di Ruggiero che ricorda con passione questo dettaglio quasi erotico scorgendo lo stesso luccichio sulla bocca della sensuale Angie (come Angelina Jolie, o l’Angelica dell’Orlando Furioso?). Ma non riveliamo il finale, delicatissimo. Un romanzo insomma piacevole da leggere, mai banale ma che non cerca l’originalità a tutti i costi. Chiunque può trovarvi una lettura godibilissima sonnecchiando sotto l’ombrellone, oppure impegnarsi a tracciare la mappa di allusioni disseminate lungo tutto il romanzo. Tutti i livelli di lettura e di comprensione si intrecciano mirabilmente a formare un testo unico, delicato ma niente affatto fragile, leggero e al tempo stesso solido.

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