L’insostenibile leggerezza del sabato sera. Cronaca di una generazione degenerata

In questi giorni si parla molto delle baby gang napoletane e degli episodi di violenza di cui si macchiano, definiti addirittura “terroristici” per la modalità con cui vengono commessi. A sentire notizie del genere al telegiornale o leggendole sul quotidiano, magari sorseggiando un caffè la mattina, ci si indigna, si borbotta qualcosa e si prosegue la propria vita relegando questi squallidi e grotteschi spaccati di società, che hanno quasi il sapore romanzato delle serie tv più in voga, ad un mondo totalmente estraneo da noi, che mai immagineremmo ci possa anche solo sfiorare. Eppure non è così.

Mi viene in mente adesso una poesia famosa di Montale, in cui parla di un “miracolo” che accade all’improvviso mentre cammina per strada. Si tratta di una rivelazione sul senso della vita, “il nulla alle sue spalle”, la realtà sommersa al di là del fondale di alberi e case che ci circonda- la grande finzione della nostra esistenza- che però solo il poeta ha l’occasione di percepire, l’unico a non appartenere alla categoria degli “uomini che non si voltano”.  Di questa poesia mi ha sempre colpito il sentimento della scoperta, il terrore da ubriaco, per usare le sue parole, di fronte alla presa di coscienza del vuoto su cui fondiamo intere civiltà. Ecco, lo stesso sbigottimento, lo stesso choc dell’ubriaco che boccheggia e non riesce a mettere i piedi uno davanti all’altro perché vive in un continuo smottamento dei piani e dei sensi, potrebbe non essere oggi un’esperienza rivolta a pochi eletti, se tutti noi avessimo il coraggio di guardare. Se non le vediamo, forse ci stiamo abituando a considerare le brutture una normalità.

Sabato sera. Un qualunque sabato sera in una qualunque zona di movida di una qualunque città italiana. Inutile essere più specifici, accade ovunque lo stesso spettacolo. Sembra di muoversi in un paesaggio infernale, apocalittico: i neon accecanti dei camioncini, intervallati sul bordo della strada alle aiuole, che spruzzano sui passanti un fumo madido di grasso; le fioriere che annaspano tra cartacce e bottiglie di birra; bici che si avventano sulla folla infischiandone dell’incolumità della gente; moto che prendono il sopravvento e si accalcano furiosamente sui marciapiedi; ragazze trasandate, volgari, che ancheggiano esibendo con sguaiata sciatteria la bottiglia di birra in mano e un ventre gonfio e flaccido per il troppo bere; madri precoci che scarrozzano nella baraonda i lori figli sovreccitati, che dovrebbero invece dormire nella tranquillità delle loro case;  ragazzini con lo sguardo vissuto del galeotto su fattezze ancora acerbe, che vomitano oscenità irripetibili e sghignazzano soddisfatti della loro tracotanza, la bocca larga, l’iride fissa di chi non si è mai fermato a riflettere su qualcosa. Rumori grotteschi, il fetore di alcool e canna misto all’olio esausto delle patatine fritte, immagini crude. Le brutte situazioni, le cattive compagnie sono sempre esistite. Si additavano, si evitavano, ci si guardava bene dall’imitarli. Erano casi limite. Ma adesso stanno diventando la normalità. La stanno sostituendo. Non si tratta di ragazzi ai margini, sono quelli che la gente definirebbe “ragazzi normali”.

Se si osserva la scena a lungo viene da chiedersi cosa pensano quei ragazzi e perché si comportano in quel modo. Loro lo vedono, in mezzo a quella confusione di corpi e rumori, il vuoto? Il vuoto di cultura, di educazione, di valori. No, non lo vedono. E non pensano, mentre sgomitano per l’ennesimo drink scadente, sfumacchiano e ubbidiscono a tutti gli imperativi del branco. Mi sono domandata se a qualcuno di loro sia mai stata presentata un’alternativa. È comodo lasciarsi vivere, affrontando ogni giorno senza uno scopo preciso, tra l’indolenza e quei divertimenti che si bruciano nell’attimo e lasciano, dopo lo sballo iniziale, un senso opprimente di aridità esistenziale. È la desolazione di una vita non sostanziata di valori. Siamo di fronte ad un corto circuito della società. E il dito contro chi va alzato? In primo luogo, contro quella generazione che ha tanto lottato per affermare la libertà, da snaturarla e ritorcerla contro i propri figli. Perché nella disillusione di questi tempi ha trasmesso loro un relativismo commerciale, che li affranca da qualsiasi impegno o responsabilità morale; perché nell’ansia per la posizione, il denaro e il lavoro si sono dimenticati che la cultura è in primo luogo un arricchimento interiore e non un semplice attestato di conoscenze, un mezzo per raggiungere qualcosa; perché nel lassismo dato dal benessere non hanno insegnato loro l’importanza del sacrificio e la soddisfazione che ne deriva, hanno accordato e concesso e minimizzato in un’emorragia di materialità che assolve tutto e rimedia a tutto. La scuola, lo Stato che abbiamo eletto nostro capro espiatorio, nulla possono se in primis non cambiano atteggiamento i genitori. Basta deleghe, basta giustificazioni, basta protezioni inutili e dannose. Ci vuole un ritorno alla sana educazione e alla cultura. È la migliore eredità che possano trasmettere e l’unico mezzo per sopravvivere oggi. È impegnativa, non offre guadagni facili né garantisce il successo, ma è un balsamo per l’anima, rende critici e liberi da qualunque vincolo consumistico e davvero consente di vivere per non esistere.

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